Ovvero quando chiedi all’oste se il vino è buono.

Il 25 gennaio 2025, il giornalista Marco Zorzi, della testata “L’eco Vicentino” ha pubblicato un approfondimento sulla presenza di lupi nelle aree urbane di quella zona.
Il titolo è già di per se esplicativo di una visione ideologica sulla questione: “Panico in centro, il lupo è tra le case. E spuntano i fucili.”

Questo è l’articolo: 

https://www.ecovicentino.it/thiene/cogollo-del-cengio/panico-in-centro-il-lupo-tra-le-case-e-spuntano-i-fucili/

Analizziamo il titolo, cominciando dalla prima parola “PANICO”, la cui scelta non è casuale e merita una riflessione: cos’è il PANICO?
Per una definizione semplice e immediata ricorriamo a Wikipedia:

“Il panico è una sensazione di paura o terrore per lo più collettivo e improvviso, non soggiogato dalla riflessione, che nasce a fronte di un pericolo reale o presunto, portando irresistibilmente ad atti avventati o inconsulti. Il panico generalmente può anche dominare sulla ragione e sulla logica di pensiero, sostituendosi a queste con travolgenti sensazioni di ansia e agitazione frenetica. Quando coinvolge un gruppo di persone si può parlare anche di isteria di massa.”

Il panico è quindi una sensazione di natura soggettiva e personale, non soggiogata alla riflessione, pertanto irrazionale, che può trovare origine anche da una fonte di pericolo presunta e inesistente.
In questo articolo non si parla pertanto del lupo come problema, piuttosto del problema di chi non comprende o razionalizza una cosa che, agli occhi di chi scrive, sarebbe assolutamente normale: avere i lupi in mezzo alle case.

“E spuntano i fucili”.
I “lupisti” non ce la fanno, in ogni contesto ci devono mettere la diffamazione per i cacciatori.
Anche in questo caso la scelta del sostantivo “FUCILE” non è casuale, perché identifica in modo assoluto la figura del cacciatore, collegandolo alle persone che “sparerebbero” in mezzo alle case.
Il giornalista non ha scritto “armi”, perché il fucile è il “collegamento ipertestuale” che collega l’immaginario di chi legge a quelle persone che praticano l’attività venatoria.
Guidati dal PANICO.

Il problema quindi diventano i cacciatori che, in preda al PANICO sparano (sparerebbero) in mezzo alle case, peccato che si tratta di un fatto non rilevato, una notizia falsa, non suffragata da fatti.

Passiamo al contenuto scientifico dell’articolo, per la stesura del quale il giornalista si è avvalso di una esperta del settore, la dottoressa Jessica Peruzzo, laureata in “gestione del territorio e dell’ambiente”, una giovane scalpitante di entrare nel club dei “lupisti di serie A”.
La Dottoressa Peruzzo è partita col piede giusto, avendo già pubblicato un libro intitolato “Il ritorno del lupo sulle montagne vicentine. Implicazioni sociali, turistiche ed economiche”.

L’utilizzo dei termini adeguati a condizionare la percezione di chi legge è evidente anche in un successivo paragrafo:

“C’è agitazione ai piedi del Cengio dove il lupo, dopo ripetute comparsate in campagna, ha scelto di puntare al paese.”

In questo caso la parola chiave è “comparsata”, per indicare una presenza marginale, transitoria e non di rilievo.
Una rassicurazione autorevole, sul fatto che il lupo nei centri abitati non sarebbe un problema, ma piuttosto una comparsata ci viene quindi rivolta dal sodalizio Zorzi/Peruzzo, in contrapposizione al PANICO di chi imbraccia le armi (da caccia).

“E se appare quindi una coincidenza quasi volutaquesto almeno si vocifera – l’investimento di un lupo a pochi passi dalla zona artigianale, non lasciano dubbi gli spari che sempre nell’ultima settimana avrebbero tentato – non sono noti gli esiti – di abbatterne altri: circostanza che avrebbe attirato anche l’attenzione dei Carabinieri forestali, a supervisionare una situazione sull’orlo di degenerare complice l’assordante silenzio di gran parte delle istituzioni.”

Qui ci troviamo di fronte a un approccio giornalistico a dir poco discutibile, non solo dal punto di vista logico e sintattico, ma anche e soprattutto da quello etico e professionale.
L’immaginazione del giornalista trasforma uno dei tanti (troppi) incidenti stradali causati dai lupi in un presunto “lupicidio stradale”, come se esistessero persone disposte a distruggere le proprie auto e a mettere a repentaglio la propria incolumità, pur di togliersi la soddisfazione di uccidere un lupo.

“Questo almeno si vocifera”

A detta di Zorzi, questo vociferare (VOCIFERARE!) non lascerebbe dubbi sulla natura degli spari, che sarebbero stati sentiti, ma non si sa da chi e dove.
Non si sa neppure se si trattasse di spari di arma da fuoco o piuttosto di petardi. Il giornalista dovrebbe inoltre sapere che gli spari potrebbero provenire da attività di caccia, in particolare quella di selezione, praticata ininterrottamente nel corso dell’anno, con tipologie di prelievo che variano a seconda della specie e delle classi di sesso ed età.
Il rumore dello sparo di una carabina impiegata nella caccia di selezione è udibile a chilometri di distanza.
L’intero collegamento tra l’incidente stradale e gli spari è privo di fondamento, e rientra nel tipico “PANICO” di chi non sa più come difendere a oltranza il lupo, perché altrimenti non si giustifica un obbrobrio logico/lessicale come “coincidenza quasi voluta”.
La “coincidenza” è un evento fortuito, se è voluto non è una coincidenza.
In ogni caso va evidenziato come questi “spari nella fantasia” abbiano portato ad esiti sconosciuti.

Il niente fondato sul nulla.

Questa sarebbe una notizia.
Siamo in piena violazione della regola principale del giornalismo, in particolare di quello anglosassone, che sancisce su quali pilastri si dovrebbe fondare l’informazione, la ben nota regola delle 5 W:
Who? Chi?
What? Che cosa?
When? Quando?
Where? Dove?
Why? Perché?
Purtroppo in questo caso non si può parlare di giornalismo, siamo pienamente nell’alveo delle illazioni, dei “si vocifera” e delle “coincidenze quasi volute”.
Iniziano poi i virgolettati della nostra esperta di lupi, che ammette di aver constatato che i territori montani sono ormai saturati e che i lupi sarebbero in dispersione nei territori antropizzati.

Questa dovrebbe essere una chiara indicazione della necessità di gestione della specie, considerando che l’Italia non è l’Alaska né la Svezia: con oltre 195 abitanti per km², il lupo non ha altri spazi in cui diffondersi.
Se esce dal bosco, entra letteralmente nelle case delle persone.
Per giungere a questa conclusione non serve di certo una laurea magistrale, è sufficiente il buonsenso, così come non serve una laurea in fisica per sapere che se lasci cadere una pietra, questa cadrà per terra.

La storia insegna, o dovrebbe farlo, che uomo e lupo convivono solo mantenendo una distanza adeguata. Non può essere l’uomo ad adattarsi alla densità dei lupi, ma il contrario.

Non ci sono alternative.

Lo sanno bene quei turisti, tra cui un disabile, che proprio nel vicentino, a Gallio, nel marzo del 2023 si sono ritrovati accerchiati da 5 lupi e sono stati salvati dall’intervento degli altri turisti presenti.
Una nota di colore (rosso) sull’accaduto: i rilievi effettuati nel luogo dell’incidente, hanno poi riscontrato la presenza di sangue di lupo per terra ma, da quanto riportato dalle testimonianze, si tratterebbe degli esiti di una rissa avvenuta tra i lupi stessi.
Chissà su cosa si saranno accapigliati…
Chissà quali sarebbero le considerazioni che se ne potrebbero ricavare, se fossimo anche noi nel campo delle “coincidenze quasi volute” o dei “si vocifera”.

Nel corpo dell’articolo si arriva ad una frase emblematica, che ci auguriamo sia dipesa da una cattiva “traduzione” del giornalista, anche se fa parte del virgolettato e che pertanto dovrebbe essere presa per buona.

…abbattendoli si fa solamente spazio per maggiori nascite negli anni successivi, oltre ad aumentare il rischio di disgregazione dei branchi, costringendo i lupi a rivolgersi a prede più semplici come gli animali allevati”.

Se abbatterli favorisse le nascite, allora non si capisce perché non si dovrebbero abbattere anche le specie a rischio di estinzione per incrementarne la riproduzione.
Seguendo questa logica, sarebbe utile consigliare ai cinesi di proteggere il panda…
…sparandogli.
A questo punto, perché non apriamo la caccia alle aquile, ai rinoceronti e perché no, anche alle balene, perché secondo la nostra giovane esperta, più ne ammazzi più si riproducono!
Anche la balena è un predatore, così come lo è l’aquila.
Seguendo questa “logica”, di riflesso andrebbero protetti i ratti, i pesci siluro e pure i cinghiali, così diminuirebbero.

Va fatto notare che i conflitti con l’uomo non nascono nelle aree remote o boscate, dove la proliferazione del lupo è stata consentita da decenni, anche proprio dai cacciatori, che esercitano l’attività venatoria nelle aree più isolate e quasi sempre lontano da occhi indiscreti, segno evidente che al cacciatore non è mai passato per la testa di ammazzare i lupi.
Altrimenti oggi non ne avremmo i territori saturi!
I conflitti invece nascono prevalentemente nelle aree antropizzate e urbane e lì i branchi (al momento) non ci sono, o sono molto piccoli, ed è proprio per questo che la nostra esperta dovrebbe chiarire il meccanismo che porterebbe alla disgregazione dei branchi che non ci sono, a seguito degli inevitabili abbattimenti, che serviranno per contenere l’impatto del lupo nelle attività umane.
Così come ormai avviene praticamente ovunque, ma non in Italia.

Se stiamo parlando di aree dove rileviamo dei soggetti in dispersione, che senso ha parlare del presunto pericolo di “disgregazione dei branchi”?

È forse una “supercazzola”?

Un altro punto che andrebbe spiegato è il legame che intercorre tra il lupo ucciso ed il fatto che poi i superstiti si dedichino alle prede più “semplici”, come gli animali domestici.
Nel territorio italiano non ci sono prede così grandi che il lupo potrebbe cacciare solo unendosi in branchi.
Qualsiasi ungulato selvatico, tranne il cinghiale adulto, può benissimo essere ucciso da un singolo lupo.
La verità è che il lupo preda SEMPRE la preda più facile e non funge da regolatore di niente.

Se in un’area ci fossero 1000 cinghiali, altrettanti caprioli ed una pecora, il lupo attaccherebbe comunque la pecora.
Se ci sono i cinghiali ed i caprioli, prima di aggredire i cinghiali eliminerà i caprioli.
Se trova immondizia si dedicherà a quella.
Il lupo agisce sulla base di un bilancio energetico e anche in funzione di una valutazione del rapporto rischio/beneficio.

“I lupi temono l’essere umano e cercano di evitarlo in tutti i modi – chiosa la divulgatrice – ma a volte possono esserne incuriositi, essendo animali molto intelligenti, ed essere attratti dal cibo facilmente disponibile, soprattutto se si tratta di giovani inesperti.”

Di conseguenza, la loro presenza nelle città, ormai diffusa su tutto il territorio nazionale, può essere paragonata a quella di spettatori di un film horror: attratti dalla curiosità, ghiotti di popcorn ma al tempo stesso spaventati.
Una sorta di presenza “ludico/ricreativo/turistica”.
Ancora una volta vi dicono che dovete stare tranquilli e lasciar pensare gli esperti, gli stessi che da decenni si pagano il mutuo vendendo lupi e prestigiosi studi sugli stessi, gli stessi che ci hanno portato a questa degenerazione.
Gli stessi che oggi comprano la casa, sapendo che le rate del mutuo le pagheranno vendendo la GESTIONE DEI CONFLITTI.
Questa interpretazione della presenza del lupo come “incidentale e transitoria” contraddice quanto sostenuto dallo stesso Luigi Boitani, considerato il massimo esperto di lupi in Italia. Secondo lui, infatti, il lupo non ha un habitat elettivo, ma essendo una specie altamente adattabile, può insediarsi ovunque trovi disponibilità di cibo.
Davvero qualcuno può credere che sarebbe sufficiente evitare la raccolta porta a porta dell’immondizia, per evitare di avere i lupi nelle aree abitate?
Ma veramente non vi siete accorti che voi, i vostri animali domestici e i vostri figli sono fatti della materia prima di cui si nutre il lupo?
Di fronte a questo livello di giornalismo, i dubbi sull’origine di quanto viene riportato sono assolutamente legittimi, anche perché poi si arriva alla frase che fa accapponare la pelle:

“Va ricordato che i lupi non attaccano l’uomo.”

Affermare che “i lupi non attaccano l’uomo” non è solo un errore, ma anche un rischio concreto per chi considera il giornalismo una fonte affidabile di informazioni, soprattutto quando dichiarazioni del genere vengono avallate da esperti.
Si tratta di un’affermazione falsa, antiscientifica e, cosa ancora più grave, potenzialmente pericolosa.
Diffondere un messaggio così fuorviante può indurre le persone a sottovalutare i rischi reali legati alla presenza del lupo, con conseguenze anche letali.
Non è necessario ripetere qui l’elenco infinito di attacchi di lupi all’uomo: basta una semplice ricerca nelle numerose fonti storiche e nelle cronache, italiane e internazionali, per trovare prove abbondanti e ben documentate di tali episodi.
È possibile ritenere che ci si trovi di fronte ad un duplice caso di non-conoscenza dell’argomento?

Ma una ulteriore riflessione la scaturisce la frase finale:

“In caso di lupi particolarmente confidenti, è bene intervenire tempestivamente con dissuasione oppure abbattimento. Ma sia chiaro: l’allarmismo è il danno più grande”.

Se, come sostiene l’esperta, il lupo non attacca l’uomo, perché mai si dovrebbe arrivare addirittura all’abbattimento? Se il povero lupo non rappresenta un pericolo, allora eliminarlo sarebbe un atto crudele e ingiustificato.
Ma soprattutto, quale sarebbe il livello di “confidenza” che renderebbe necessario un intervento tanto drastico?
Di cosa stiamo parlando esattamente?
Di insistenti molestie sessuali?
Di richieste di denaro?
Forse di danni alla proprietà privata?
L’uso di termini vaghi e ambigui come “lupo confidente” non fa altro che alimentare la confusione e creare un pretesto per l’applicazione di misure prive di fondamento scientifico e logico.
E veniamo alla chiusura della dichiarazione: “l’allarmismo è il danno più grande”. ù

No, il vero danno non è l’allarmismo, bensì la creazione e il consolidamento di situazioni di pericolo attraverso affermazioni infondate, mascherate da verità scientifiche.

E se vogliamo davvero parlare di scienza, allora dobbiamo ricordare che essa si basa sul continuo confronto, sulla verifica e sulla possibilità di essere confutata. Senza questo principio, non è più scienza, ma dogma. E il dogma appartiene alla fede, non alla conoscenza.


Ci hanno imposto per decenni il dogma della sacralizzazione del lupo, è giunto il momento di considerare i “lupopiattisti” per quello che sono.