Giovanni e Bernardo Contena, due fratelli rapinati dallo Stato

 

La pastorizia in Italia sta vivendo un momento drammatico. Non per mancanza di competenze, né per l’incapacità di produrre alimenti di qualità nel rispetto dell’ambiente e del benessere animale.

Il problema non è economico in senso stretto, bensì politico e ideologico. Oggi, chi alleva bestiame deve affrontare un nemico che indossa una maschera da lupo.
Giovanni e Bernardo Contena sono due imprenditori zootecnici che hanno ereditato un mestiere antico, fatto di sacrificio e passione.
Producono carne e latte che rappresentano l’eccellenza del loro territorio, contribuendo alla salvaguardia di una tradizione millenaria. Eppure, il loro lavoro viene distrutto sistematicamente da predazioni sempre più frequenti e, ancor più, dall’opera di uno Stato pavido e finanche connivente con quelli che hanno creato il problema che sta distruggendo il loro lavoro.

Per decenni, la narrazione mainstream ha dipinto il lupo come una specie a rischio, bisognosa di protezione assoluta. Eppure, da almeno vent’anni, il tema ha smesso di essere una questione scientifica ed è diventato un argomento di interesse economico, politico e persino ideologico, addirittura quasi religioso.
Il risultato è che, raggiunto un livello di popolazione accettabile, ogni nuovo lupo ha finito per rappresentare un problema, non una risorsa.

Il cuore della questione sta in quello che viene definito “Incremento Utile Annuo” (IUA), ovvero la differenza tra i nuovi nati e i decessi di una popolazione, un valore che può essere rappresentato anche in percentuale. Nel caso del lupo, il tasso di crescita oscilla tra il 10 e il 20%, ma in alcune zone delle Alpi italiane è arrivato addirittura al 26%. Questo nonostante la mortalità legata a cause naturali, al bracconaggio e agli incidenti stradali. Senza un abbattimento controllato che riduca almeno l’IUA – come avviene in Francia – la pastorizia e la fauna selvatica sono destinate a soccombere.
L’emergenza si è trasformata in grottesco. Da un lato, allevatori costretti a subire danni economici insostenibili; dall’altro, istituzioni asservite alle pressioni ideologiche degli “animalambientalisti”. Se non si interviene con politiche di gestione drastiche e pragmatiche, il futuro di un intero settore verrà cancellato.
Giovanni e Bernardo Contena si sono dotati di tre cani da guardiania, sostenendo un costo significativo e affrontando un rischio notevole.
La presenza di questi cani può creare conflitti con escursionisti o cacciatori, ma soprattutto risulta insufficiente nelle aree in cui, come accade nella zona di Ponticino/Laterina non operano più i cosiddetti “lupi in dispersione”. Purtroppo, nella zona di si sono ormai consolidati almeno due branchi di cinque-sei esemplari, capaci di mettere in fuga i cani da guardiania in inferiorità numerica.
Va sfatato un mito: il numero di cani da pastore non deve essere proporzionale alle pecore, ma superiore al numero di lupi presenti nella zona. Eppure, anche con misure di difesa avanzate, i lupi dimostrano una strategia di attacco raffinata. Attirano i cani da un lato del gregge con un finto attacco, per poi colpire le pecore alle spalle.
Le uccidono per tornare a nutrirsene nella notte.
Il livello di scaltrezza di cui è capace il lupo è dimostrato anche nell’attacco di ieri: nonostante una recinzione alta due metri con filo spinato e tre grossi cani all’interno, i lupi hanno scavato e sono entrati, sbranando le pecore. Sei carcasse sono state trovate nel ricovero notturno, una settima è stata completamente divorata a 200 metri dalla recinzione, altre tre pecore sono rimaste ferite e 10 sono disperse. Un danno economico pari a due mesi di stipendio di un impiegato, gettato in pasto ai lupi.

Voi cosa fareste se qualcuno vi rubasse lo stipendio a fine mese?

Ma la vera domanda è un’altra: a che (chi) servono questi lupi?
A cosa servono questi branchi di lupi in mezzo ai paesi del Valdarno?
Si parla tanto della difesa della proprietà privata, ma mentre per un furto si può chiamare la polizia, nel caso dei lupi si arriva al paradosso di vedere le forze dell’ordine coinvolte nella loro protezione. I Carabinieri, infatti, partecipano ai progetti “Life” per la diffusione e la tutela dei lupi, finanziati prevalentemente con fondi comunitari, ma anche dai cosiddetti “portatori di interessi”.

Questa situazione ha portato a una frattura insanabile tra allevatori e istituzioni. In Svizzera, invece, si adotta un approccio differente: la “difesa proattiva”, che è l’esatto opposto dell’omonima pagliacciata italiana, un progetto fallimentare sperimentato in poche realtà negli USA e poi sostanzialmente abbandonato, al punto da non essere mai stato neppure testato in altre parti nel mondo, se non in alcune regioni italiane, dove la politica si è completamente arresa.

In Svizzera se un lupo si avvicina troppo agli allevamenti o manifesta aggressività, viene abbattuto immediatamente. A partire dal febbraio 2025, il governo svizzero ha regolamentato ulteriormente la gestione del lupo, stabilendo un numero minimo di branchi per regione e permettendo abbattimenti mirati per proteggere la pastorizia e le comunità locali.

Dal sito del Consiglio Federale del Governo della Svizzera:
Il lupo rimane una specie protetta nonostante la revisione della legge sulla caccia. I Cantoni possono pertanto abbattere interi branchi solo in casi motivati e a condizione che sia garantito il numero minimo di branchi in una data regione. Secondo l’ordinanza sulla caccia, la Svizzera è suddivisa in cinque regioni: in quelle più grandi devono sempre essere presenti almeno tre branchi, mentre in quelle più piccole due. Inoltre, non è possibile regolare a titolo preventivo branchi che non provocano danni. La regolazione preventiva dovrebbe rendere di nuovo timorosi i lupi.

Scendendo nel dettaglio, nell’ordinanza appena entrata in vigore:
Il capoverso 3 stabilisce che per ogni regione si definisca, in funzione delle sue dimensioni, un valore soglia per il numero minimo di branchi sotto il quale non bisogna scendere con le misure adottate dai Cantoni: tale valore è pari a tre branchi per le regioni più grandi (oltre 10 000 km2 ) e a due branchi per le regioni più piccole (meno di 10 000 km2 ). L’articolo 4b capoverso 3 lettera c (abbattimento di tutti i lupi di un branco) può essere applicato soltanto se il suddetto valore soglia è stato superato ed, eliminando il branco, non si scende al di sotto di esso.

Considerando che la provincia di Arezzo ha una superficie di 3.233,08 km2, e che un branco arriva ad avere un numero massimo di 12/14 lupi, quanti di questi animali dovrebbero esserci nella nostra Provincia se si trovasse in Svizzera?
…ad occhio e croce quelli che ci sono nella sola Ponticino.

A dicembre del 2024 un cacciatore della zona si è trovato a dover difendere il proprio cane dall’assalto di 5 lupi.
Si è appoggiato ad una quercia, ha bloccato il cane in mezzo alle proprie gambe ed ha avuto il coraggio ed il sangue freddo di non mettersi a sparare sui lupi, che poi si sono allontanati.

La Svizzera sta dimostrando che si può bilanciare la tutela della fauna selvatica con la protezione degli allevatori. L’Italia, invece, continua a sacrificare interi settori produttivi sull’altare di un’ideologia che ignora la realtà, ma anche la scienza stessa.

I Comitati “Emergenza Lupo – Arezzo” e “Resistenza Pastorale”, accompagnati dal Vice Presidente del Consiglio Regionale della Toscana, il Consigliere Marco Casucci, si sono recati nel luogo dell’ennesima predazione ed hanno espresso la piena solidarietà a Giovanni e Bernardo Contena e a tutti gli allevatori che lo Stato italiano ha deciso di abbandonare.
Hanno pertanto deciso di chiedere a gran forza un incontro con il Prefetto di Arezzo, per rappresentare lo stato di degrado del territorio della Provincia di Arezzo, un territorio dove la sicurezza dei cittadini viene messa in pericolo, anche dal punto di vista della tutela della proprietà privata e della libertà personale.

Per dare un termine di paragone, ad oggi la Provincia di Arezzo ha circa il doppio dei lupi che ci sono nel Parco di Yellowstone (che ha una media di 100 lupi nel territorio), che è un’area disabitata che è grande quanto le provincie di Arezzo, Firenze, Lucca e Prato!

È tempo di un cambio di prospettiva: la tutela della biodiversità deve essere subordinata alla sicurezza e alla sopravvivenza di chi vive e lavora sul territorio.