Il Comitato “Emergenza Lupo – Arezzo” lancia una provocazione tanto diretta quanto fondata: non donate soldi alle associazioni animaliste.
Una presa di posizione netta, che parte da una premessa importante: donare è un atto nobile, ma bisogna farlo con consapevolezza, evitando che il proprio contributo venga utilizzato in modi che si ritorcono contro chi dona.

L’inganno della tutela del lupo: quanto ci costa davvero?

Uno degli esempi più eclatanti riguarda proprio la difesa ad oltranza del lupo, un animale che, contrariamente alla narrazione delle associazioni animaliste, non è affatto a rischio di estinzione, o anche solo in pericolo.

Tuttavia, la protezione indiscriminata di questo predatore ha un costo altissimo per la collettività. Nel 2024, la Regione Toscana ha dovuto sborsare 500.000 euro solo per risarcire i danni da predazione agli allevatori.

Ma questa cifra è solo la punta dell’iceberg.

A questi risarcimenti vanno aggiunti i milioni di euro di fondi pubblici spesi in progetti di tutela, monitoraggi, ricerche e campagne di sensibilizzazione.
Gli allevatori non vengono rimborsati per tutti i danni subiti: il valore di un capo ucciso da un lupo non si riduce solo al costo economico dell’animale, ma include il danno genetico e produttivo che sta distruggendo ed ha portato al fallimento intere aziende.

Gli attacchi ai cani da compagnia e agli animali domestici sono in crescita esponenziale, eppure nessuna associazione animalista si preoccupa della sofferenza di questi animali.

Insomma, chi dona per la tutela del lupo sta finanziando, indirettamente, un sistema che grava sulle tasse di tutti e che sta rendendo insostenibile la convivenza tra il lupo e l’uomo.

Dove finiscono davvero i soldi delle donazioni?
Donare a Emergency, alla Fondazione Meyer, a Medici Senza Frontiere, al CALCIT è un gesto che fa la differenza. Anche nella peggiore delle ipotesi, i soldi destinati a queste organizzazioni non tornano indietro come un boomerang sotto forma di danni alla collettività.

Diverso è il discorso quando si parla di associazioni animaliste, dove una fetta considerevole delle donazioni viene utilizzata per scopi che poco hanno a che fare con la protezione degli animali stessi.

Il caso dell’inchiesta giornalistica di REPORT sulla LEIDAA e sulla gestione dei fondi da parte della sua Presidente, Michela Vittoria Brambilla, è emblematico. Vale la pena dedicare mezz’ora alla visione del servizio: emerge un quadro inquietante su come vengono effettivamente spesi i soldi delle donazioni.

Ma anche se non ci fossero scandali, rimane il problema di come vengono strutturate le associazioni animaliste più grandi.

I fondi servono a pagare dipendenti e dirigenti, con stipendi non certo da volontari.
Le campagne pubblicitarie e di sensibilizzazione assorbono una quantità enorme di risorse.
Si pagano esperti e studi che devono dimostrare sempre lo stesso concetto: il lupo è a rischio e va difeso, indipendentemente dai numeri reali.
Convegni, uffici, eventi, spese legali, collaboratori e fornitori: tutto costa, e molto.
Alla fine, per la povera balena, il panda o qualsiasi altra specie, quanti soldi restano davvero?

Bisogna essere chiari, addirittura brutali; donare non è un modo per sentirsi migliori
Il discorso va oltre la difesa del lupo: il volontariato vero è fatto di azioni, non solo di soldi.

Vuoi aiutare una colonia felina? Non limitarti a donare: prenditene cura tu stesso.
Vuoi salvare un cane dal canile? Non finanziare indirettamente chi lavora “a rimborso spese” nel sistema: adottalo e portalo a casa con te.
La dura verità è che essere delle brave persone costa fatica e sacrificio. Comprare un peluche o versare un bonifico per “salvare il lupo” non ci rende migliori.
Serve solo ad ingrassare i bilanci dei “professionisti del sociale”, citando Gaber.
L’analisi dei bilanci delle associazioni animaliste è un tema che merita di essere approfondito, e presto verrà pubblicata un’indagine specifica a riguardo.

Per il momento, il WWF e la sua campagna sul lupo offrono già una chiara anticipazione di come funziona il sistema:

Si polarizza l’opinione pubblica su un problema e lo si amplifica mediaticamente.
Si raccolgono fondi sulla base dell’emergenza costruita.
Si utilizzano i soldi per alimentare la macchina organizzativa, finanziando personale, marketing e studi funzionali alla narrazione.
Nel frattempo, il vero problema rimane: il lupo non è più in pericolo, ma la sua proliferazione incontrollata sta creando danni reali alla collettività.
E chi finanzia le associazioni che lo difendono sta contribuendo, inconsapevolmente, ad aumentare questi danni.

La soluzione? Donare con consapevolezza e scegliere cause che abbiano un impatto positivo, senza il rischio di ritorcersi contro la collettività.

La campagna pubblicitaria del WWF Italia sui lupi, presenta diversi punti discutibili, sia dal punto di vista scientifico che da quello comunicativo.

Analizziamoli uno per uno.

La comunicazione inizia con un’affermazione vaga e non verificata: “Quattro lupi uccisi in Trentino, forse avvelenati.” Il termine “forse” lascia intendere che non vi sia alcuna prova concreta, eppure l’idea del bracconaggio viene subito insinuata. Questo modo di presentare le informazioni non è professionale né scientifico: se non ci sono certezze sulle cause di morte, la speculazione serve solo ad alimentare indignazione e raccogliere consensi, piuttosto che informare correttamente.
L’affermazione successiva parla di “centinaia” di lupi uccisi illegalmente ogni anno in Italia.

Ma dove sono le fonti?

Se esistono numeri certi, perché non vengono citati?

Se questi animali sono stati ufficialmente rinvenuti e registrati come vittime di uccisioni illegali, allora dovrebbe esserci un numero preciso. Anche questa è un’informazione vaga e allarmistica, priva di fondamento.

Il WWF sostiene che il lupo non sia fuori pericolo, negando il fatto che ce ne siano tanti. Ma di quale pericolo stiamo parlando?
Il bracconaggio, per quanto deprecabile, non ha affatto compromesso la crescita della popolazione lupina in Italia.
Anzi, la popolazione è aumentata costantemente negli ultimi anni, al punto che i lupi sono ormai diffusi in molte aree del Paese, persino nelle aree abitate.

È evidente che il bracconaggio risulta essere assolutamente ininfluente.

Poi arriva un’affermazione insensata, una letterale supercazzola: “6 delle 9 popolazioni transfrontaliere di lupo in Europa non hanno ancora raggiunto uno stato di conservazione favorevole”
Questa frase è un capolavoro di comunicazione vaga e ambigua.

Cosa significa esattamente “stato di conservazione favorevole”?

Quali sono i criteri con cui si stabilisce questa condizione?

Quali sono le 9 popolazioni transfrontaliere e perché 6 di esse non avrebbero raggiunto questo “stato favorevole”?

Anche qui, nessun dato verificabile, solo una formula generica per suggerire un problema che potrebbe non esistere o che comunque non riguarda la realtà italiana.
Tutto il messaggio sembra costruito per suscitare un senso di urgenza e ingiustizia, portando il lettore a indignarsi e, infine, a donare.
Il WWF utilizza immagini emotivamente potenti, affermazioni vaghe ma allarmanti e una narrazione che dipinge il lupo come una vittima perseguitata.

La realtà è più complessa e dimostra esattamente il contrario: i lupi in Italia stanno saturando tutti i territori e il vero problema da affrontare è il conflitto con le attività umane e con la fauna selvatica.

Non è possibile lasciar correre.

Esiste un’associazione internazionale di primaria importanza nel campo della conservazione della natura, nota come IUCN (International Union for Conservation of Nature). Questa organizzazione non governativa, che gode dello status di osservatore all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, è universalmente riconosciuta per il suo lavoro scientifico nella classificazione delle specie a rischio di estinzione.


Uno dei suoi compiti principali è la redazione della “Red List”, una lista che suddivide le specie viventi in diverse categorie di rischio, con una scala che va da “LC” (Least Concern, rischio minimo) fino a “EX” (Extinct, estinto).

Il lupo (Canis lupus) è classificato esattamente nella categoria LC (rischio minimo), il che significa che non soddisfa alcun criterio di minaccia significativo.

In questa categoria troviamo specie con un’ampia distribuzione geografica e popolazioni numerose, tra cui il ratto grigio, il cinghiale, la nutria e il pesce siluro.

È dunque lecito chiedersi: perché il lupo continua a essere presentato come una specie in pericolo e simbolo di una battaglia per la conservazione?

Chi si occupa realmente di conservazione, come l’IUCN, ha stabilito che il lupo non è una specie in pericolo.
Tuttavia il WWF, continua a trattarlo come un animale da salvare a tutti i costi. Perché?

Una possibile risposta la troviamo nei numeri: 23 milioni di motivi.

Ovvero, 23 milioni di euro, che nel 2023 sono entrati nei bilanci del WWF Italia.

Il lupo, nel loro linguaggio, è definito “ICONICO”, una parola che ha poco a che fare con la biologia e molto con il marketing.

Con 23 milioni di euro l’anno di introiti, un’organizzazione ha tutte le risorse necessarie per orientare l’opinione pubblica, presentando il lupo come una specie perseguitata e a rischio, anche quando i dati scientifici ufficiali dicono il contrario.

Può anche finanziare studi ad hoc, realizzati da esperti che lavorano necessariamente su progetti appaltati da una committenza. Uno studio può essere indirizzato in molteplici direzioni a seconda di chi lo finanzia e degli obiettivi prestabiliti.

Con questi strumenti si riesce ad influenzare il dibattito pubblico e politico, facendo pressione affinché si adottino misure di tutela che hanno più valore simbolico che reale.

Ma poi, alla fine, quanti soldi arrivano davvero alla conservazione?
Nel loro stesso sito, il WWF ammette che il 22% dei fondi raccolti viene speso per la raccolta fondi stessa. Questo significa che, per ogni 100 euro donati, 22 euro vengono immediatamente persi solo per il costo della campagna di raccolta.
Restano 78 euro.
Ma quanti di questi vanno effettivamente a proteggere lupi, balene o altre specie?

Se consideriamo che un’organizzazione di questa portata ha costi di gestione elevati, stipendi, eventi, campagne pubblicitarie e spese operative, la percentuale che arriva concretamente alla tutela degli animali è molto più bassa di quanto si possa immaginare.

Questa analisi non vuole negare il valore della conservazione della natura, ma evidenziare come il tema possa essere usato come leva economica e di marketing.
Il lupo, un animale ormai fuori pericolo secondo gli standard scientifici internazionali, continua a essere il protagonista di campagne che fanno leva sull’emotività, spingendo le persone a donare per una causa che, nei fatti, non ha senso.

Alla luce di queste considerazioni, chiunque scelga di donare dovrebbe chiedersi: sto davvero contribuendo alla tutela di una specie in pericolo o sto finanziando un meccanismo di raccolta fondi ben oliato, che poi alla fine mi danneggerà?