Negli ultimi anni il dibattito sull’alimentazione si è progressivamente radicalizzato.

Da una parte cresce, legittimamente, il numero di persone che scelgono una dieta vegetale; dall’altra prende forma una narrazione ideologica che propone un mondo senza allevamenti, senza caccia e con supermercati completamente vegani.

Un mondo che viene descritto come più giusto, più etico e più sostenibile, ma che, a un’analisi concreta, si rivela profondamente irrealistico e scollegato dalla realtà economica, ambientale, culturale e biologica in cui viviamo.

Il sistema alimentare non è un’astrazione morale, ma un insieme complesso di filiere produttive, territori, professionalità e responsabilità.

L’allevamento è parte integrante di questo sistema e svolge un ruolo fondamentale non solo nella produzione di alimenti, ma anche nella gestione del paesaggio rurale, nella tutela delle aree interne e nella sopravvivenza economica di migliaia di famiglie.

Pensare di eliminare completamente gli allevamenti significa ignorare il fatto che ampie porzioni del territorio italiano ed europeo non sono adatte a un’agricoltura esclusivamente vegetale e che l’abbandono delle attività zootecniche porterebbe a spopolamento, degrado ambientale e perdita di presidio umano.
A questo si aggiunge un elemento spesso volutamente rimosso dal dibattito: la cucina italiana, riconosciuta come patrimonio culturale immateriale dell’UNESCO, è fondata in larga parte su prodotti di origine animale e su trasformazioni che nascono proprio dall’allevamento. Formaggi, salumi, burro, latte, uova, carni e derivati non sono un dettaglio marginale, ma pilastri storici della nostra tradizione gastronomica.
Un altro punto centrale della narrazione estremista è l’equiparazione sistematica degli allevamenti a lager. È una semplificazione emotiva che ignora la realtà normativa europea, una delle più avanzate al mondo in materia di benessere animale. Gli allevamenti sono sottoposti a regole stringenti su spazi, alimentazione, cure veterinarie, trasporto e macellazione.
Chi invoca la chiusura totale degli allevamenti evita di affrontare una domanda fondamentale: che fine farebbero gli animali da reddito già esistenti? Bovini, ovini, suini e caprini non sono animali selvatici pronti a essere liberati. Sono il risultato di secoli di selezione e dipendono dall’uomo per nutrizione, cure e protezione.
L’idea dei santuari vegani, spesso citata come soluzione, non è sostenibile su larga scala. I santuari esistenti ospitano numeri limitatissimi di animali e sopravvivono grazie a donazioni e volontariato. Estendere questo modello a milioni di capi richiederebbe risorse economiche e strutturali enormi.
Senza allevamento, molte razze animali scomparirebbero. Gli allevatori sono oggi i custodi di un patrimonio genetico, culturale e territoriale che verrebbe perso irrimediabilmente.
Un mondo senza allevamenti non sarebbe un mondo più giusto. Sarebbe un mondo più fragile, più povero culturalmente e più dipendente dall’estero.

Difendere gli allevatori che lavorano nel rispetto delle regole e del benessere animale significa difendere la realtà, la cultura e l’identità del nostro Paese.

 

Veronica Ambrosino
Presidente Comitato Resistenza Pastorale