La notizia di un lupo morto a seguito di una ferita alla testa, presumibilmente provocata da un proiettile, ha giustamente suscitato l’interesse dei media e il legittimo biasimo dell’opinione pubblica.
Ma questa vicenda solleva anche un velo su una questione delicata, che sembra interessare molto meno, anche se ha ricadute molto più ampie: quando un lupo presenta ferite riconducibili a un’azione umana, al di fuori di un incidente stradale, occorre porsi immediatamente il problema che ci troviamo di fronte alla commissione di un reato.
Salvo i casi di abbattimento legalmente autorizzato — il riferimento è alle deroghe adottate in Trentino-Alto Adige — un proiettile che colpisce un lupo non è certo un dettaglio da liquidare come ordinaria amministrazione o un atto di inciviltà.
La formula è semplice: lupo colpito da un oggetto atto a offendere = reato.
Non soltanto una notizia da raccontare.
Gli enti pubblici che affidano a qualcuno il recupero dei lupi morti o feriti dovrebbero quindi porsi il problema dei risvolti giudiziari di questa attività. Per tutta una serie di ragioni, a cominciare dalla più evidente: quella carcassa può essere un corpo del reato, una fonte di prova o una cosa pertinente al reato, e il luogo del ritrovamento può essere una scena del crimine.
La polizia giudiziaria ha una formazione, procedure da rispettare e obblighi precisi: deve operare con imparzialità, preservare i reperti e rispettare i vincoli di riservatezza.
Ora immaginiamo un investigatore che carichi il cadavere di una persona sul cassone di un furgone a noleggio, senza sapere che cosa vi sia stato trasportato prima. Immaginiamo che, prima di consegnarlo al laboratorio, si metta a esaminarlo per conto proprio. Poi telefoni a un amico, gli racconti la storia del morto e gli esponga la propria ricostruzione dell’accaduto. E l’amico, diligentemente, ci faccia un comunicato stampa.
Oppure immaginiamo che la telefonata parta direttamente dal tecnico del laboratorio.
Naturalmente, un cadavere umano e una carcassa animale non sono la stessa cosa. Ma la necessità di preservare le prove di un possibile reato non dovrebbe diventare facoltativa a seconda della specie.
Facciamo un altro esercizio di fantasia.
Immaginiamo che, alla scadenza del bando per il recupero delle carcasse dei lupi, si presenti la buonanima del comitato Emergenza Lupo. Che ottenga il servizio e venga regolarmente pagato dalla Regione, con denaro pubblico. E che, a ogni lupo recuperato dopo un investimento, diffonda un comunicato dal titolo: «Ennesimo incidente stradale causato dai lupi!».
Non vi sembrerebbe un uso un tantino personale di un servizio pubblico?
Oppure il problema dipende da chi firma il comunicato?
Immaginiamo, invece, che chi raccoglie le carcasse sia legittimamente un convinto oppositore della caccia e voglia utilizzare la notizia di un lupo ferito per fare propaganda. Immaginiamo che dichiari che l’animale è stato colpito da un’arma da fuoco, senza che sia stato reso noto, o addirittura eseguito, un accertamento balistico capace di chiarire la natura del proiettile e il tipo di arma compatibile con la lesione. Un accertamento che consenta, per esempio, di distinguere un’arma da fuoco da un’arma ad aria compressa, anche eventualmente di libera vendita.
…magari addirittura di individuare il colpevole.
Già che ci siamo, immaginiamo che qualcuno, avendo accesso a determinate informazioni, aggiunga che altri lupi, morti per cause diverse, presentavano pallini di piombo all’interno del corpo. Senza precisare dove fossero stati trovati, se fossero stati ingeriti oppure fossero incistati nei tessuti.
Dettagli?
Non proprio. Sono differenze che possono cambiare radicalmente il significato dell’informazione.
Eppure, a quel punto, nell’opinione pubblica l’associazione sarebbe pressoché automatica: pallini, armi, cacciatori.
Il colpevole è servito, almeno sul piano mediatico.
Questo mentre, secondo la graduatoria delle cause di morte non naturale, al primo posto ci sono gli incidenti stradali e al secondo gli avvelenamenti.
Un quadro che meriterebbe di essere raccontato per intero, con dati e fonti, anziché lasciato sullo sfondo.
Ma stiamo facendo congetture e ipotesi, mi raccomando. Non fraintendete.
Un investigatore si guarderebbe bene dal comportarsi in questo modo. È sottoposto a controlli gerarchici e deve rispondere del proprio operato anche sul piano penale e disciplinare.
Chi viene incaricato di raccogliere e custodire carcasse che potrebbero costituire corpi del reato o cose pertinenti al reato, invece, sarebbe esentato da obblighi?
Chi controlla come una carcassa viene trasportata e custodita?
Chi verifica che siano adottate misure per impedirne la manomissione o la contaminazione?
Chi accerta quali esami siano stati eseguiti, da chi e a quale titolo?
E chi autorizza la diffusione di informazioni su possibili reati, quando renderle pubbliche potrebbe avvertire il responsabile e consentirgli di far sparire elementi utili alle indagini?
Continuiamo a raccontarci favole…
Una persona che abbia sparato a un lupo potrebbe non sapere se la carcassa sia stata ritrovata o se sia stata consumata da animali necrofagi, come possono essere, anche lupi, cinghiali e volpi. Apprendere dalla stampa che è stata recuperata e che presenta una lesione, proprio dove lui ha sparato, potrebbe metterla in allarme e spingerla ad occultare munizioni o arma, anche simulandone lo smarrimento o il furto.
Il punto non è immaginare un romanzo poliziesco. È chiedersi se una comunicazione prematura possa compromettere accertamenti ancora da svolgere.
…che andrebbero svolti.
Per questo ritengo che servizi del genere non possano essere affidati considerando sufficiente l’aggiudicazione di un bando. Occorrono competenze adeguate, responsabilità definite e procedure di raccordo con chi svolge le indagini. E, quando emergono elementi di possibile rilevanza penale, non si può prescindere dall’intervento di personale dotato delle necessarie qualifiche e competenze giudiziarie.
Un lupo ferito o morto dimostra, che è stato commesso un reato.
La particolare tutela della specie impone attenzione alle cause e alle circostanze: il quadro non è automaticamente sovrapponibile a quello di un cinghiale o di un capriolo, per i quali esistono anche forme di prelievo consentite.
Il problema, peraltro, riguarda anche gli animali domestici. Troppo spesso li abbiamo visti vittime di avvelenamenti, ferite da proiettile e maltrattamenti. Anche in quei casi il recupero e gli accertamenti hanno un rilievo che va ben oltre l’assistenza veterinaria.
La mia impressione è che Comune e Regione assegnino gli incarichi con eccessiva leggerezza, paghino — con soldi nostri — e poi considerino conclusa la propria parte. Il servizio è affidato, la fattura è saldata e il resto sembra diventare affare di qualcun altro.
Giusto per inciso: per i servizi relativi al recupero degli animali domestici e alla gestione del canile, l’ ENPA di Arezzo percepisce 350.000 euro l’anno.
Non sono in grado di fornire informazioni su quanto percepisca Le Impronte del Bosco per il recupero dei selvatici.
Denaro pubblico, al quale dovrebbero corrispondere obblighi chiari, controlli effettivi e responsabilità riconoscibili.
L’esposto che ho presentato vuole fare chiarezza proprio su questi aspetti: la gestione delle carcasse, la conservazione dei reperti, la circolazione delle informazioni, la tempestività delle comunicazioni alle autorità competenti e gli obblighi di riservatezza di chi interviene, compresi i veterinari e gli operatori dei laboratori.
Vuole inoltre sollecitare una verifica sulla qualificazione delle funzioni concretamente svolte: se comportino, nei singoli casi, il ruolo di incaricato di pubblico servizio o, eventualmente, di pubblico ufficiale, e quali obblighi ne conseguano.
Non sono etichette irrilevanti da attribuire a piacimento. Sono questioni che le autorità competenti devono accertare.
E non sono questioni da poco.
Ma, per quanto abbiamo visto finora, ai media sembrano interessare ben poco.
Il lupo ferito fa notizia. Le domande su chi lo recupera, su come lo custodisce, su chi ne parla e a quale titolo, molto meno.
Il sospetto, amaro, è che gli animalisti facciano paura.
E, viste certe reazioni, si può anche capire perché qualcuno preferisca evitare domande scomode e fare una informazione equa.
Mettere una lente d’ingrandimento sul loro operato sembra diventare ancora più difficile quando questo va a braccetto con l’amministrazione pubblica.
Del resto loro sono i buoni, indipendentemente dal fatto che chi chiede la gestione del lupo, in realtà è parte lesa, anche dall’operato dei “buoni”.
Eppure, chiedere trasparenza a chi svolge un servizio pagato dai cittadini dovrebbe essere normale.
Così come dovrebbe essere normale pretendere che la tutela degli animali si accompagni al rispetto delle procedure e delle responsabilità.
Non si può sempre tacere.
Perché c’è ancora chi sente la voce della propria coscienza urlare più forte del timore di risultare scomodo.
E non riesce a fare finta di non sentirla.
Marco Bruni