Asterio Tubaldi, storico conduttore di Radio Erre di Recanati, ha intervistato Marco Bruni, già Presidente del Comitato “Emergenza Lupo – Arezzo”.

L’intervista è stata l’occasione per chiudere definitivamente un percorso durato oltre tre anni, spiegando con chiarezza le ragioni che hanno portato prima alle dimissioni del Presidente e poi allo scioglimento del Comitato. Una scelta ponderata, maturata dopo aver constatato l’impossibilità di incidere realmente su un sistema che, al di là delle dichiarazioni di principio, ha dimostrato di non voler affrontare il problema.

È stata anche l’occasione per togliersi qualche sassolino dalle scarpe. Per dire, finalmente e senza filtri, ciò che per troppo tempo è stato taciuto o volutamente ignorato. Senza riguardi per nessuno, perché il rispetto si deve alle persone, non alle convenienze politiche o agli interessi di parte.

Ringraziamo Radio Erre e, in particolare, l’amico Asterio Tubaldi, che ancora una volta ha dimostrato come il giornalismo possa svolgere il proprio ruolo con curiosità, indipendenza e volontà di comprendere i fatti, anziché limitarsi a riportare comunicati o a rincorrere la notizia del momento.

L’intervista evidenzia, per contrasto, un dato che non può essere ignorato: mentre una radio di un’altra regione ha ritenuto opportuno approfondire le ragioni di una vicenda che ha avuto rilevanza nazionale nel dibattito sulla gestione del lupo, gran parte dell’informazione locale ha scelto la strada opposta.

Ci si è limitati a registrare lo scioglimento del Comitato come un fatto di cronaca, senza porsi la domanda più importante: perché un’associazione che in tre anni aveva raccolto migliaia di cittadini, organizzato convegni, promosso petizioni, dialogato con istituzioni e parlamentari, decide improvvisamente di cessare la propria attività? Una domanda che qualunque giornalista animato da autentico spirito di informazione avrebbe ritenuto doveroso approfondire.

Il compito dell’informazione non è quello di accompagnare passivamente il racconto ufficiale dei fatti, ma di cercarne le cause, analizzarne le conseguenze e offrire ai cittadini gli strumenti per comprenderli. Quando questa funzione viene meno, il giornalismo rinuncia alla propria missione e si riduce a semplice cassa di risonanza dell’attualità.

Del resto, i media rappresentano uno degli indicatori più fedeli dello stato di salute di una democrazia. Se rinunciano al dubbio, all’approfondimento e al confronto, finiscono inevitabilmente per riflettere la mediocrità della politica che dovrebbero osservare criticamente, anziché limitarsi a raccontarla (quando lo fanno).

In un Paese in cui il conformismo viene premiato più del coraggio e il silenzio è più conveniente della ricerca della verità, non sorprende che anche  i mezzi di informazione preferiscano non disturbare gli equilibri esistenti.

Per questo motivo, il ringraziamento a chi ha scelto di ascoltare, approfondire e fare domande è ancora più sincero. Perché il giornalismo, quello vero, non consiste nel raccontare ciò che tutti sanno già, ma nell’avere il coraggio di indagare ciò che molti preferirebbero rimanesse sotto silenzio.